Intervista a Frode

in occasione del vernissage di “Art. 639”

6-20 maggio 2023

Ci sono molti modi per cercare di migliorare l’ecosistema in cui ciascuno di noi vive, e l’arte è certamente uno di questi: la sua capacità di smuovere le coscienze o quantomeno di porre degli interrogativi svolge una funzione sociale fondamentale. Il rischio però è dietro l’angolo: si può finire per dialogare solo con chi condivide quel linguaggio e a cambiare alla fine è solo il proprio mondo, una nicchia di quello a cui si vorrebbe parlare. Adottare punti di vista differenti, che permettano di conoscere sotto vari aspetti uno stesso fenomeno, può essere una carta vincente per far sentire la propria voce in ambiti apparentemente lontani dal proprio, per lasciare un segno tangibile del proprio passaggio, per provare a cambiare le cose alla radice.

L’esperienza artistica e professionale di Frode è maestra in questo: writer e avvocato, Domenico Melillo lavora ogni giorno, dall’esterno e dall’interno, per portare avanti il suo messaggio e quello di tanti altri nella costruzione di una cultura condivisa e più consapevole su espressione, arte e società.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con lui in occasione del vernissage della sua personale “Art. 639”.

Ciao Frode, grazie per il tempo che ci dedichi. Come ti sei avvicinato al mondo del writing? 

Ciao, grazie a voi! Il mio ingresso nel mondo del writing è iniziato nel ’93, quando ho cominciato a disegnare e a scrivere non avendo ancora, come spesso accade, una precisa tag. L’anno successivo è nata “Frode” che ho iniziato a scrivere nelle strade e sulle banchine di Milano. La mia zona era la Barona, quartiere periferico con case popolari, ex zona industriale che ha vissuto negli anni un progressivo cambiamento fino a diventare com’è oggi, radicalmente cambiata con l’effetto collaterale che parte della cultura street che c’era, è stata soffocata. Ho taggato evolvendo il mio lettering fino al 2003, poi ho iniziato a fare una ricerca diversa ma sempre sperimentando in strada: il supporto è stato sempre il muro. Parallelamente ho sviluppato anche il lavoro su carta: quando ero al liceo realizzavo continuamente bozzetti, invece negli anni dell’università avevo meno tempo a disposizione quindi andavo a dipingere appena ne avevo la possibilità.

Come si è integrato il writing nella tua formazione artistica e professionale?

Artisticamente parlando sono un autodidatta, il mio avvicinamento al writing è avvenuto sul campo ed è stato una crescita mossa da una continua volontà di ricerca. All’università invece ho studiato Giurisprudenza, percorso a cui ha fatto seguito quello presso la Scuola biennale di Specializzazione in Professioni legali, obbligatoria allora per chi come me voleva intraprendere la carriera della magistratura: durante questo lungo periodo di studi, dipingere mi ha aiutato a sopravvivere. Quando ho iniziato ad esercitare la professione pensavo di archiviare il writing ma non è stato così: sono aumentate le commissioni, le mostre, le collettive di pari passo con l’aumento in Italia delle forme di investimento in questo tipo di arte.

Come hai vissuto, tu che sei partito dal writing, l’istituzionalizzazione di quella che chiamiamo oggi “street art”?

 All’inizio sono stato nettamente contrario a questo fenomeno, avendo già viaggiato in vari paesi conoscevo, ad esempio, i lavori di Banksy prima che diventasse famoso e così il suo merchandising. Non riuscivo a concepire questo risvolto commerciale della sua attività. Forse però spesso si rifiuta il cambiamento perché non lo si è ancora accettato dentro se stessi quando in realtà è già avvenuto: anche io, pur non essendo interessato a quel mondo, sono inserito in una rete e partecipo alla realizzazione di muri e facciate di carattere istituzionale, così come ho degli sponsor commerciali. Ho integrato tutto questo nel mio stile, ma ho la libertà di rifiutare proposte in cui non credo e ciò anche grazie al mio lavoro che mi permette di farmi sentire libero nello scegliere i lavori a cui partecipare.

Parliamo più da vicino della tua tecnica e della mostra di oggi: lettering e figurativo si uniscono nelle tue opere. Come nascono le tue creazioni?

Nel realizzare un’opera, parto da esperienze personali a cui associo dei simboli che sintetizzano i concetti fondamentali dell’opera: prendiamo ad esempio “Art.530 C.p.p.” qui esposta. 530 è il numero dell’articolo del Codice di Procedura Penale in virtù del quale il giudice conferisce l’assoluzione all’imputato. Quando in tribunale al momento della sentenza siamo tutti in piedi e il giudice inizia a dire “In nome del popolo italiano, ai sensi dell’articolo…” quando prosegue con “530” (ben diverso dal 533, controparte di quest’ultimo), io so che l’imputato è assolto, e gioisco dentro di me, prima ancora che l’imputato stesso se ne renda conto: per questo motivo nell’opera c’è l’uccellino, è un richiamo alla libertà, oltre che un simbolo che ho incontrato quando è nata mia figlia, dunque denso di significati personali. Non è un soggetto figurativo classico ma ha un suo valore intrinseco, è qualcosa della natura che nasce per essere puro ma è riprodotto in forma poligonale, indice del fatto che è formato e modellato dagli stimoli esterni che riceve e che lo plasmano: non è resistente al mondo esterno, il contrario. Quando intervengo artisticamente cerco di mettere qualcosa che ricordi tangibilmente la mia ricerca come avvocato. È una professione che ti porta ovviamente a consultare riviste giuridiche: io le prendo, ritaglio forme dalle loro pagine e le fisso col cemento sulla superficie delle mie opere.

La mostra di oggi, alla quale hanno contribuito anche Geco e Krayon, è solo un esempio delle molte collaborazioni che hai con vari artisti: come nascono queste sinergie?

Le collaborazioni nascono in molti modi, io faccio parte dei contatti di molti writer che spesso mi cercano per problemi giudiziari e giuridici. In molti mi scrivono per partecipare a qualche jam session ma spesso non ho il tempo di andarci, quindi a volte unisco le due cose. Ad esempio, qualche mese fa ero a Udine, ho difeso un amico writer e abbiamo poi fatto un pezzo insieme, quindi utilizzo le occasioni offerte dal mio lavoro da avvocato quando vado in trasferta anche per dipingere.

“Street art” e legalità: un’integrazione possibile?

Dipende cosa si intende per “integrazione” e per “legalità”, bisogna fare un discorso di terminologia, stessa cosa per “street art”. Per me writing o arte di strada non possono né devono essere legalizzati: se fosse legale, cioè consentito, il writing non sarebbe tale e non tutti lo praticherebbero. Alla base c’è una contrapposizione che, in base alla sua natura, imposta il lavoro del writer, ne cambia la modalità espressiva. Se fosse vietato comprare casa, ad esempio, si farebbero brecce nei muri di nascosto. È una modalità che dà voce ad un’esigenza non espressa né permessa, non imposta né insegnata. I writer sono persone che spesso studiano e ricercano, spesso vengono da una formazione classica, proprio perché l’educazione che noi viviamo è istituzionalizzata: nel writing davvero si trova una valvola di sfogo, anche per me non è mai stato un passatempo ma una radicale realizzazione di se stessi.

A tal proposito spederei qualche parola sull’articolo che dà il titolo alla mostra oggi inaugurata: Art. 639.

L’art. 639 è nel Codice Penale italiano il riferimento giuridico per il reato di imbrattamento, esiste dal 1939 ed è stato modificato in una novella del 2009 che ha introdotto la procedibilità d’ufficio in quasi tutte le ipotesi in modo che quasi tutte le condotte di street artist e writer finissero in tribunale. Ci ho a che fare ogni giorno, nel 2016 ho ottenuto, in veste di avvocato, una sentenza capostipite per la giurisprudenza italiana che rappresenta il primo precedente della Corte di Cassazione in favore della street art e costantemente lotto in parlamento per far cambiare la legge: nel 2019 ho scritto e presentato alla Camera dei Deputati una proposta di modifica di tale articolo per tutelare il mondo del writing e della street art. 639 è il mio vissuto quotidiano, come writer e come avvocato, e anche questa volta ho cercato attraverso l’unione col figurativo di esprimere questa parte del mio vissuto. Essenziale è poi riflettere, secondo me, sul linguaggio che è di per sé portatore di contenuti: “imbrattamento” è un termine che porta con sé una precisa connotazione, le parole racchiudono intrinsecamente un giudizio, hanno un peso determinante nell’impostazione psicologica del ragionamento che è difficile da sradicare. 

Grazie Frode!

Grazie a voi!

Intervista di Luigi Costigliola da un’idea di Marta di Meglio

luigicostigliola@yahoo.it